(di Massimo Recalcati)

Dimenticheremo presto tutto? Il prima possibile? Questa vita spaccata, stramba, dolorosa, minacciata sarà solo un brutto incubo che il vaccino finalmente dissolverà per sempre?
Non è proprio possibile né giusto dimenticare senza imparare nulla dal Covid 19. Eppure la dimenticanza sembra già oggi un’esigenza impellente mentre il virus nel mondo continua a seminare le sue vittime…
È un fatto sul quale dovremmo riflettere: niente come l’esistenza del Covid 19 ci ha fatto vedere la doppia faccia che caratterizza la nostra relazione con l’altro. Per un verso la mancanza dei contatti sociali ha rivelato quanto l’altro sia per noi una risorsa preziosa, ma per un altro verso questa esperienza ci ha anche rivelato quanto l’altro sia sempre un fattore di perturbazione sino ad identificarsi con un veicolo di malattia e di morte.
Il primo volto che il virus ha messo in luce è quello “cainesco”.
Il nemico era piuttosto il nostro prossimo: l’amico, il collega, il vicino di casa, l’amante, il figlio, il fratello. Il virus ha rivelato così la natura maligna del prossimo. Nel racconto biblico, non a caso, questa malignità inaugura col gesto di Caino la storia dell’umanità. Le relazioni con il nostro simile sono sempre pericolose, fonte di instabilità.
La prima risposta a questa intrusione mortale è stata la quarantena. Se i nostri confini erano stati pericolosamente minacciati si trattava di rafforzarli.
Il secondo è quello della necessità della presenza dell’altro e della solidarietà.
Senza l’altro non c’è salvezza, senza legame con l’altro non c’è possibilità di vita umana. Non è forse questo un insegnamento elementare che la brutalità del virus ha impartito? La difesa della mia sicurezza della mia vita se non è corrisposta dai comportamenti del mio simile risulta inutile.
«Nessuno si salva da solo», disse Papa Francesco in una piazza san Pietro deserta e battuta dalla pioggia nei giorni più tragici dell’epidemia.
La salvezza dell’uno dipende dai comportamenti dell’altro e viceversa.
Il virus ci ha spinti, in altri termini, a ripensare il nostro concetto di libertà.
Siamo stati abituati a ritenere che la libertà fosse una proprietà dell’individualità, che fosse la manifestazione esclusiva di un Io incapsulato su se stesso, che ogni limite alla libertà fosse un attentato alla nostra dignità. In questo modo il nostro tempo ha perduto di vista il nesso che lega la libertà alla comunità…
Se per un verso il mio simile è colui che mi deruba della mia libertà e dei miei privilegi assoluti, è colui che attenta alla mia vita e pertanto è una minaccia mortale per la mia vita che deve essere soppressa, come insegna tragicamente il gesto di Caino, per un altro verso, se nessuno si salva da solo, il mio simile è colui che mi può trarre fuori dal baratro, accompagnare la mia vita, sostenerla se cade, condividere una eguaglianza fatta di differenze.