
La piega dell'incontro...
Il cammino di Avvento che iniziamo quest’anno ci invita a fermarci davanti a un’immagine tanto semplice quanto profonda: la piega.
Una piega, quella che si vede nel telo azzurro, è quel punto in cui qualcosa si interrompe e cambia direzione.
Così è anche la nostra vita: nelle pieghe delle nostre giornate, nei momenti inattesi o difficili, Dio trova spazio per parlarci e per nascere ancora.
E proprio queste pieghe ci ricordano che Dio abita la storia concreta, la nostra storia.
Come i mattoni della corona di Avvento anche la nostra vita è fatta di pezzi che si uniscono, si consumano, si rompono e si ricostruiscono. È una storia che costruisce e distrugge allo stesso tempo, che avanza tra fragilità e desideri, tra inciampi e ripartenze.
E Dio non rimane fuori da tutto questo: Egli sceglie di stare dentro, di abitare la carne di ogni uomo, di condividere i cammini, le fatiche, le paure. E allo stesso tempo sostiene le nostre speranze, anche quelle che sembrano più piccole e più deboli.
Per questo l’Avvento ci chiede di vegliare. Non si tratta solo di aspettare il Natale, ma di imparare ad accorgerci di ciò che accade dentro e attorno a noi. Vegliare significa restare svegli, non lasciarsi trascinare dall’abitudine, dal rumore, dalla stanchezza. È avere un cuore vigile e disponibile, capace di riconoscere i segni discreti della presenza di Dio nelle pieghe del quotidiano, in ciò che spesso passa inosservato.
Nella seconda tappa del cammino d’Avvento la piega diventa spazio. Lo spazio dell’ascolto, che non riempie, ma accoglie. Ascoltare è come accogliere un SEME in una piega della terra: uno spazio non perfetto, non controllato.
Una piega che ferma il nostro bisogno di riempire, spiegare, possedere.
Nella piega del silenzio il seme dell’altro può respirare.
Nella piega dell’ascolto la sua vita può posarsi, aspettare, crescere. In un tempo saturo di parole, educare all’ascolto significa creare luoghi interiori dove l’altro può sostare senza essere giudicato. È una piega che si apre nel cuore per tenere la storia dell’altro e lasciarsene cambiare, come la terra cambia accogliendo un seme.