card Mimmo Battaglia, vescovo di Napoli
Vorrei una pace. Non “la pace” come parola grande, lucida, scolpita nei documenti. Vorrei una pace che si possa toccare. Una pace con le ginocchia sbucciate, come i bambini che giocano nei vicoli. Una pace che sa di pane e di sale, che si impasta ogni giorno, che non arriva già pronta. Vorrei una pace che non sia una tregua stanca. Vorrei una pace che non sia solo un intervallo tra due colpi. Vorrei una pace che non abbia bisogno di spiegarsi troppo, perché la riconosci dal rumore: quando arriva la pace, cambia il suono del mondo.
Vorrei una pace che non mi faccia vergognare di essere umano. Perché oggi, diciamolo, a volte ci vergogniamo. Ci vergogniamo di quello che guardiamo e non riusciamo a fermare. Ci vergogniamo di quanto ci abituiamo. Ci vergogniamo del modo in cui scorriamo le notizie con il pollice, come se fossero meteore e non persone. E non è colpa del pollice. È colpa della stanchezza dell’anima. C’è un punto, sapete, in cui il male diventa “normale”. È il punto più pericoloso. Non è quando esplode una bomba: quello è orrore, e lo riconosci.
Sì, certo: la pace è difficile. Ma non è “complicata” nel senso in cui lo diciamo per rimandare. Non è complicata come un modulo da compilare. Non è complicata come un algoritmo. La pace è difficile perché è esigente. Perché ti chiede di cambiare postura. Perché ti chiede di toglierti dal centro. Perché ti chiede di guardare l’altro non come un problema, ma come un volto.
Gesù non ha detto: “Beati quelli che parlano di pace.” Ha detto: “Beati gli operatori di pace.” Operai. Artigiani. Gente che si sporca.
Io vorrei una pace che cominci da qui: dal modo in cui parliamo. Vorrei una pace che disinneschi le parole che incendiano. Vorrei una pace che restituisca dignità ai nomi. Vorrei una pace che non trasformi le persone in numeri, e i numeri in alibi. C’è un momento, in ogni guerra, in cui qualcuno decide che l’altro non è più “una persona”, ma “un bersaglio”. E quando fai questo, hai già perso l’anima, anche se vinci la battaglia.
Vorrei una pace che abbia anche coraggio. Perché la pace ha bisogno di persone coraggiose. Non di persone perfette: di persone coraggiose. Coraggio di dire “basta” quando conviene dire “vediamo”. Coraggio di chiamare il male con il suo nome, anche quando il male è travestito da necessità.
Vorrei una pace. E, con l’aiuto di Dio, con la responsabilità degli uomini, con la dignità dei popoli: la costruiremo.”